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La nuova era Trump

A tre mesi dall'insediamento, le politiche di Trump su dazi, ambizioni territoriali, conflitti e diritti civili confermano la linea isolazionista promessa in campagna.

De Officio6 min di lettura
La nuova era Trump

Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025, divenendo il quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti d'America. Dopo neanche tre mesi dall'inizio del mandato, l'amministrazione repubblicana, guidata dal tycoon, ha adottato politiche pragmatiche, anticonvenzionali e isolazioniste: esattamente ciò che ci si aspettava, in linea con la sua campagna elettorale.

Infatti, l'unico merito oggettivamente attribuibile a Trump è la sua assoluta coerenza con quanto promesso agli elettori.

Le misure riguardanti i dazi, la guerra in Ucraina, i diritti civili, l'immigrazione e altri temi seguono la linea intransigente e determinata che da sempre caratterizza la politica trumpiana.

Vediamo ora nel dettaglio quali siano queste iniziative e a quali conseguenze abbiano portato, o porteranno, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

I dazi

Sono bastate poche settimane dall'assunzione dei poteri presidenziali perché Donald Trump scatenasse una potenziale guerra commerciale globale.

Il primo febbraio 2025, il neoeletto Presidente degli Stati Uniti ha dato vita a un'escalation che, di lì a poco, avrebbe coinvolto l'intero commercio mondiale. Trump ha firmato tre ordini esecutivi che imponevano dazi del 25% su tutte le merci provenienti da Messico e Canada e dazi del 10% su quelle provenienti dalla Cina. Le tariffe, inizialmente previste per entrare in vigore il 4 febbraio, sono state sospese il giorno precedente, dopo che Messico e Canada hanno accettato di rafforzare le misure contro il traffico di droga verso gli Stati Uniti.

Il 2 aprile, battezzato dallo stesso Trump come "il giorno della liberazione", il Presidente ha annunciato una strategia di tariffe reciproche, con l'obiettivo — a suo dire — di vendicare decenni di relazioni commerciali ingiuste per i lavoratori e i produttori americani. Tra i Paesi colpiti da questo ordine esecutivo rientrano anche i membri dell'Unione Europea, cui sono stati imposti dazi del 20% da aggiungere alla tariffa universale del 10%. Le tariffe colpiscono una vasta gamma di prodotti, tra cui acciaio, alluminio, automobili, vino, formaggi e beni di lusso. Il 17 aprile, la Premier Giorgia Meloni ha incontrato Donald Trump nello Studio Ovale per discutere e trattare, con il beneplacito del Commissario europeo Ursula von der Leyen, un possibile accordo sulle tariffe imposte ai prodotti europei. Un ruolo, quello del primo ministro italiano, sicuramente importante e che ritorna a dare prestigio internazionale al Paese, tuttavia, la competenza a firmare e stipulare un accordo rimane in capo alla Commissione Europea, per cui bisognerà sperare nella mobilitazione diplomatica di quest'ultima per tornare all'ordinario regime tariffario.

La Cina, invece, secondo colosso commerciale mondiale, è stata colpita per il 34% dall'ordine di "tariffe reciproche" del 2 aprile. Secondo le analisi dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), questo nuovo sistema di dazi comporterebbe un disaccoppiamento economico tra le due potenze, provocando una divisione del commercio globale in due blocchi: i Paesi che commerciano principalmente con gli Stati Uniti e quelli che commerciano con la Cina.

Questo metodo politico, definibile come una vera e propria forma di estorsione mafiosa, rappresenta il cavallo di battaglia di Trump. Attraverso tale strategia, il Presidente intende "tenere il toro per le corna" e, come ha recentemente dichiarato durante una cena del Comitato Nazionale Repubblicano, fare in modo che i Paesi "lo chiamino e gli bacino il fondoschiena" pur di ottenere un accordo.

Le aspirazioni territoriali

Donald Trump non ha mai nascosto la sua ambizione di espandere la sovranità federale statunitense su ulteriori territori.

Il primo a finire nel mirino del tycoon è stato uno dei più antichi partner commerciali degli Stati Uniti: il Canada. Nei giorni successivi alla sua investitura presidenziale, Trump ha affermato che il Canada sarebbe presto diventato il cinquantunesimo Stato dell'Unione. Un desiderio che, come riportato da La Repubblica, avrebbe espresso già nel dicembre 2024 — prima dell'insediamento ufficiale alla Casa Bianca — direttamente all'allora premier canadese Justin Trudeau, proponendogli il ruolo di governatore della regione, a patto dell'inglobamento del Canada negli Stati Uniti. Ovviamente, Trudeau ha rifiutato l'offerta, dichiarandosi favorevole al mantenimento dei rapporti con gli USA, ma rivendicando con forza l'autodeterminazione e l'indipendenza territoriale del Canada.

Le volontà espansionistiche di Trump sono quindi manifeste; resta da capire se, nel corso del mandato, si limiterà a infliggere tariffe doganali e a ostacolare l'economia canadese per raggiungere il suo obiettivo, oppure se ricorrerà a mezzi meno convenzionali.

Tra gli obiettivi territoriali strategici della nuova amministrazione repubblicana si annovera anche la Groenlandia. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, in occasione di una visita alla base di Pituffik per valutare la sicurezza dell'area, ha dichiarato: "È davvero importante: molti Paesi minacciano la Groenlandia, i suoi territori e le sue acque, per mettere in pericolo gli Stati Uniti, il Canada e, naturalmente, la popolazione groenlandese." La tattica persuasiva volta a legittimare le aspirazioni espansionistiche americane consiste nell'assumersi la responsabilità della sicurezza dei Paesi coinvolti. Né Trump né i suoi collaboratori, infatti, hanno mai escluso la possibilità di utilizzare la forza per acquisire territori extra-USA.

L'unica promessa che, forse, Trump non è riuscito a mantenere riguarda i due conflitti regionali in Ucraina e a Gaza.

Durante la campagna elettorale, si era dichiarato pronto a portare la pace in 24 ore; tuttavia, a quasi tre mesi dall'inizio del suo mandato, entrambe le guerre sono ancora in corso, con un aggravamento delle tensioni diplomatiche nei confronti del presidente ucraino Zelensky e segni di crescente intesa con il presidente russo Putin.

In occasione dei solenni funerali di Papa Francesco, Zelensky e Trump si sono incontranti in un tèt-a-tèt per discutere della situazione bellica in ucraina e della possibilità di trattati di pace.

Al contrario, procede senza intoppi il rapporto con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, come dimostrato da un recente cortometraggio, creato con l'intelligenza artificiale e condiviso sui social dal profilo personale di Donald Trump. Il video ritrae la Striscia di Gaza trasformata in un tripudio di sfarzo, lusso e ostentazione della ricchezza americana, con statue e hotel affiancati ai nomi e ai volti di Trump ed Elon Musk. Tutto ciò testimonia il pieno e incondizionato sostegno di Donald Trump alla posizione israeliana nel conflitto con la Palestina.

I diritti civili

Strettamente correlata al conflitto israelo-palestinese, una delle questioni più preoccupanti riguardanti la politica interna americana è la minaccia, avanzata dall'amministrazione Trump, di tagliare i fondi federali destinati alle prestigiose università del Paese. Una linea dura che deriva dalle recenti posizioni filopalestinesi assunte dagli studenti universitari che frequentano gli atenei beneficiari di finanziamenti pubblici.

Secondo il Presidente americano, la colpa delle università risiederebbe nel mancato intervento volto a reprimere le manifestazioni politiche a favore dello Stato palestinese.

Come riportato da Il Sole 24 Ore, Trump, dopo aver già congelato oltre 2,2 miliardi di dollari in sovvenzioni pluriennali destinati ad Harvard — una delle poche università d'élite americana a non piegarsi alle imposizioni del governo — minaccia ora di introdurre una "polizia" interna ai campus universitari, incaricata di supervisionare e garantire il normale svolgimento della vita accademica.

La presidente dell'Università di Harvard ha risposto con fermezza alla linea politica repressiva adottata da Trump, scrivendo in una lettera indirizzata alla comunità accademica:

"La nostra università non rinuncerà alla propria indipendenza, né ai propri diritti costituzionali."

Un aforisma molto diffuso, e perfettamente calzante in questa dinamica, recita:

"Nel tempio della cultura entriamo per imparare a non inginocchiarci."

Censura e sopraffazione sono gli elementi che misurano l'ignoranza.

Scritto da

De Officio

Redazione

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