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Era già tutto previsto…

Il referendum dell'8 e 9 giugno fallisce per scarsa affluenza: una riflessione sul boicottaggio politico, sull'astensionismo e sul valore civico del voto.

De Officio4 min di lettura
Era già tutto previsto…

Nel 1975 Riccardo Cocciante cantava "Era già tutto previsto". Quale introduzione giornalistica potrebbe essere più calzante per commentare l'esito del referendum tenutosi l'8 e il 9 giugno?

Quando tre partiti di maggioranza – inclusi la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni – incoraggiano i cittadini in generale, e i propri elettori in particolare, a boicottare il referendum disertando le urne, il risultato non poteva che essere una ridicola affluenza attorno al 30%.

Salvini e la Lega, nella giornata di domenica 8 giugno – giorno del voto – hanno invitato i loro follower a godersi il sole e a andare al mare, pubblicando sui social post ironici come a dire che, in una domenica di riposo, farsi un bagno e abbronzarsi fosse più utile che esprimere un'opinione alle urne.

Il generale Vannacci si è spinto oltre, condividendo un video in stile "pubblicità della Sammontana", che lo ritrae in tenuta balneare mentre si rilassa in spiaggia, trasmettendo in modo subliminale la sua totale indifferenza verso il referendum.

Tuttavia, fatico a credere che il 12 giugno 2022, quando fu presentato ai cittadini il referendum sulla giustizia – promosso dalla Lega e dal centrodestra – gli stessi soggetti che oggi raccomandano l'astensione fossero dello stesso avviso tre anni fa.

Anche in quell'occasione il referendum fu invalidato per il mancato raggiungimento del quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto, registrando peraltro l'affluenza più bassa mai ottenuta in un referendum abrogativo nella storia della Repubblica.

Alla destra si può imputare di aver boicottato le regole del gioco democratico, preferendo sottrarsi al confronto pur di garantirsi una "vittoria", anziché rimanere coerente con i valori sanciti dalla nostra Costituzione.

La sinistra, dal canto suo, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Promuovere un referendum per sfidare ingenuamente i consensi della destra, facendo leva su un populismo confuso e superficiale sostenuto da temi come lavoro e cittadinanza, si è rivelato un clamoroso autogol.

I quesiti sul lavoro, infatti, avrebbero abrogato norme che – pur con i loro limiti – tutelano anche le imprese, senza offrire in cambio maggiori garanzie ai lavoratori rispetto a quelle già previste.

In sostanza, la validità del referendum è stata usata come strumento politico per mettere sotto pressione il governo Meloni. Una mossa sprovveduta, il cui fallimento, per restare in tema, era già previsto.

L'astensionismo

Questo fenomeno ha riportato alla luce un problema da troppo tempo sottovalutato: l'astensionismo.

Negli ultimi decenni, la partecipazione alle tornate elettorali è andata progressivamente calando. E certamente il monito di alcuni partiti, rivolto esplicitamente agli elettori affinché restassero a casa, contribuisce a questo allontanamento.

Io non ho il seguito, né tantomeno l'autorevolezza per credere che le mie parole abbiano un grande peso. Ma sono convinto che i principi di una persona si misurino anche dalla capacità di esporsi, soprattutto quando avverte il bisogno di farlo. Invitare chi legge a riflettere sul valore di un gesto tanto banale quanto importante – come il votare – lo considero un dovere morale e, nel mio caso, anche professionale.

Impegnarsi, adempiere ai propri doveri, sfruttare gli strumenti che abbiamo a disposizione: questa è la base per ottenere risultati, in ogni ambito della vita. E questo vale soprattutto nella politica.

Essere cittadini significa assumersi una responsabilità: morale, civica, costituzionale. Il referendum è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per esercitarla. Per mezzo di esso sono passate alla storia battaglie che ancora oggi rivendichiamo con orgoglio:

  • Il referendum istituzionale del 1946 (non abrogativo) – affluenza: 89,1%
  • Il referendum sul divorzio del 1974 – affluenza: 87%
  • Il referendum sull'aborto del 1981 – affluenza: 79%.

Certo, non votare è un diritto, spesso considerato una forma legittima di dissenso, ma personalmente la ritengo una manifesta sopraffazione democratica. Perché astenersi significa vanificare l'impegno di chi ha scelto di partecipare, di chi ha deciso di mobilitare idee e opinioni con l'intenzione di confrontarsi ad armi pari con i propri concittadini.

E allora vi dico, la prossima volta che ci sarà l'occasione: alzatevi dal letto, scendete dal divano, e andate a votare. Non per un partito. Non per un politico. Votate per voi. Per l'Italia. Per chi, in passato, avrebbe dato tutto pur di avere la possibilità di esprimere e far pesare le proprie idee.

Per chi ha dato la propria vita affinché noi potessimo farlo.

Mettete una X: sì o no, poco importa. Ma fate una scelta, con la vostra testa. E fatela valere.

Scritto da

De Officio

Redazione

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