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Sanità pubblica: più soldi, stessi problemi

Il finanziamento del SSN tocca i 142,9 miliardi nel 2026. Ma i dati OCSE e UE raccontano un'altra storia: quella di un sistema strutturalmente in ritardo, che nessun governo ha ancora avuto il coraggio di riformare davvero.

De Officio7 min di lettura
Sanità pubblica: più soldi, stessi problemi

Ogni anno, con la legge di Bilancio, arrivano puntuali le dichiarazioni sull'impegno del governo per la sanità pubblica. Nel 2026, il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha certificato un finanziamento destinato al Servizio Sanitario Nazionale pari a 142,9 miliardi di euro.

Un servizio così capillare e di primaria importanza per i cittadini non può essere ridotto ad una cifra. È necessario approfondire la struttura del sistema per rivelarne le falle.

Finanziamenti pubblici in sanità

Il confronto con la spesa sanitaria degli anni precedenti può essere ingannevole. Rispetto al 2022 — anno di insediamento dell'attuale governo — la spesa è cresciuta di circa 14 miliardi; rispetto al 2014, di circa 31 miliardi. Sembrerebbe un segnale di progresso. Ma ci sono almeno due ragioni per cui il valore assoluto non è un indicatore affidabile.

La prima è l'inflazione: l'aumento generalizzato dei prezzi svaluta il potere d'acquisto di ogni euro investito, gonfiando artificialmente i numeri nominali. La seconda riguarda il rapporto con il PIL: se la ricchezza prodotta dal Paese cresce, cresce anche la pressione fiscale e, con essa, la legittima aspettativa dei cittadini di ricevere servizi pubblici più efficienti. Guardare solo i miliardi senza considerare il contesto macroeconomico è, semplicemente, disonestà intellettuale.

La soddisfazione di dichiarare investimenti ai massimi storici è una comunicazione fine a sé stessa, se non si leggono i dati comparati.

Nel 2024, la spesa sanitaria pubblica italiana è pari al 6,3% del PIL, inferiore sia alla media OCSE (7,1%) sia alla media Ue (6,9%). Il progressivo aumento in termini assoluti non ha colmato un divario strutturale che persiste da anni.

A complicare il quadro, in Italia la sanità è materia di competenza concorrente tra Stato e Regioni. Lo Stato detta delle norme quadro entro cui le Regioni hanno facoltà di decisione nel dettaglio. Lo strumento utile da prendere in considerazione, in questo caso, sono i livelli essenziali di assistenza (LEA): una serie di indicazioni, prestazioni e servizi minimi che le Regioni devono assicurare ai cittadini residenti nel territorio di loro competenza. Le Regioni, per garantire i LEA, hanno a disposizione – oltre alle entrate fiscali dirette – i fondi previsti dal bilancio statale.

Breve schema del modo in cui i fondi statali affluiscono nei bilanci regionali.

Breve schema del modo in cui i fondi statali affluiscono nei bilanci regionali.

Il problema strutturale emerge quando le Regioni faticano a garantire le prestazioni minime determinate dallo Stato, a causa, per esempio, di liste d'attesa infinite, posti letto limitati o personale insufficiente. Infatti, nonostante l'aumento complessivo della spesa pubblica destinata al SSN, sette Regioni sono attualmente impegnate in piani di rientro (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia). I piani di rientro sono programmi operativi di riorganizzazione, riqualificazione e potenziamento del Servizio Sanitario Regionale: servono a sorvegliare e garantire l'osservanza dei LEA da parte delle Regioni in difficoltà. Questo è il riflesso, o la diretta conseguenza, di un finanziamento pubblico insufficiente e di un'amministrazione delle risorse inadeguata.

Personale sanitario

Un sistema sanitario non è fatto solo di fondi: è fatto di persone. E su questo fronte, i dati sono ancora più impietosi.

Secondo il Ministero della Salute, i dipendenti del SSN nel 2022 erano circa 625 mila: il 59% infermieri, il 22% medici e odontoiatri, il resto altre figure professionali. Un rapporto di circa 10 operatori ogni 1.000 abitanti.

L'8° Rapporto GIMBE sul SSN offre una lettura più articolata. L'Italia è seconda tra i Paesi OCSE per numero di medici: un primato di cui si parla spesso con orgoglio. Ma il dato sugli infermieri racconta una storia diversa: la categoria si colloca sotto sia la media OCSE sia quella UE, e il rapporto infermieri/medici colloca il nostro Paese tra gli ultimi in Europa.

Tanti medici e pochi infermieri: un primato che si trasforma in disfunzione.

Il medico non è gerarchicamente superiore all'infermiere: entrambi operano per competenze specifiche, non per subordinazione. Il gap numerico, però, genera conseguenze concrete. Se mancano gli infermieri, i medici finiscono per svolgere mansioni che non richiedono la loro specializzazione: è il demansionamento. E quando il personale infermieristico non basta a sostenere il flusso di lavoro generato dalle prescrizioni mediche, è l'intero sistema a paralizzarsi.

La rilevanza del problema è confermata da uno studio del 2014 firmato da Linda H. Aiken e pubblicato su The Lancet («Nurse staffing and education and hospital mortality in nine European countries»): analizzando i dati di oltre 420.000 pazienti, Aiken ha rilevato che ogni paziente aggiuntivo assegnato a un infermiere aumenta del 7% la probabilità di morte entro 30 giorni dal ricovero. Combinando un miglior rapporto infermiere/paziente con una quota più alta di infermieri laureati, la mortalità si riduce di quasi il 30%.

Il divario retributivo è l'altra faccia della stessa medaglia. Gli infermieri italiani guadagnano il 28% in meno rispetto alla media europea e il 24% in meno rispetto alla media OCSE. La retribuzione media annua, a parità di potere d'acquisto, è di 45.434 dollari: in Belgio supera il doppio (108.011 dollari), in Germania è superiore di circa il 60% (73.086 dollari).

I medici specialisti non se la passano meglio: guadagnano il 10% in meno rispetto alla media OCSE. I colleghi tedeschi percepiscono quasi il doppio (207 mila dollari) rispetto agli italiani (117 mila dollari).

È ragionevole, in questo contesto, che un neolaureato in medicina preferisca costruire la propria carriera altrove. La cosiddetta fuga dei cervelli non è una fatalità: è il riflesso razionale di politiche salariali che non riconoscono il valore di un percorso di studi lungo e impegnativo. Pagare meno chi lavora nella sanità pubblica significa disinvestire nel sistema stesso, indipendentemente da quanti miliardi vengono annunciati in conferenza stampa.

Liste d'attesa

Il sistema sanitario pubblico italiano registra tempi di attesa che, in molti casi, rendono le prestazioni di fatto inaccessibili. Secondo Il Post, circa il 10% della popolazione rinuncia alle visite o si rivolge direttamente al privato. Un servizio pagato da tutti ma non ugualmente accessibile: la nostra Costituzione tutela «la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività» e garantisce «cure gratuite agli indigenti». La realtà dei fatti racconta altro.

Un piccolo bagliore di speranza: la Conferenza Stato-Regioni ha raggiunto un'intesa su un nuovo Piano nazionale per le liste d'attesa. Tre le misure principali.

Il quesito diagnostico: un nuovo strumento che permette di specificare la ragione medica di ogni prescrizione, per valutare l'appropriatezza della prenotazione e filtrare gli esami non necessari. Le agende unificate: l'obiettivo è raccogliere tutti gli appuntamenti in un'unica piattaforma, i centri unici di prenotazione (CUP), per una gestione più trasparente. Il divieto di chiusura delle agende: il piano rafforza il divieto già previsto per legge di annullare le richieste quando non ci sono posti disponibili — le strutture devono sempre garantire un appuntamento.

Lo scopo dichiarato è ridurre la discrezionalità. Un buon punto di partenza, ma non sufficiente.

Una questione di responsabilità

Possiamo vantare alcune tra le migliori università al mondo, ottimi studenti e ottimi medici. Una risorsa che, sistematicamente, facciamo fatica a valorizzare. Ma non si tratta di risorse: è una questione di gestione. Contratti precari, strutture ospedaliere sottodimensionate, criteri di accesso alle facoltà di medicina che faticano a rispondere alla domanda reale di professionisti, questi sono gli elementi critici da valutare ma di cui nessuno parla.

Il governo Meloni non ha più colpe dei precedenti. La discriminante, però, è la durata e la stabilità di questa legislatura: quasi quattro anni senza crisi di governo, un'opportunità non scontata nella storia recente del nostro Paese. Eppure, tra riforme strutturali annunciate - giustizia, legge elettorale e autonomia - e priorità che si consumano altrove, la sanità continua a perdere pezzi.

Il problema non è che la spesa sia ai massimi storici. Il problema è che non è abbastanza — e che spesso non viene gestita bene.

Il Covid ha riaperto il vaso di Pandora: ha reso evidenti le fragilità strutturali di un sistema che reggeva per inerzia. Tuttavia, non è bastato a innescare una riforma vera.

Finché le risorse reali per la sanità resteranno inferiori alla media dei Paesi comparabili, finché gli infermieri guadagneranno meno dei colleghi europei e le sette Regioni in piano di rientro non scenderanno a zero, il dibattito sui massimi storici resterà quello che è: una narrativa consolatoria che non cura nessuno.

Ai medici l’ardua sentenza.

Scritto da

De Officio

Redazione

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